Intervista al Prof. Lucio Lucchin

Il Prof. Lucio Lucchin laureato in Medicina e Chirurgia, specializzato in Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva ed in Scienza dell'Alimentazione è professore a contratto presso la Scuola di Specializzazione in Scienza dell'Alimentazione all'Università di Padova e Pavia.

Direttore del Servizio di Dietetica e Nutrizione Clinica dell'Azienda Sanitaria di Bolzano, certificato Vision 2000 dal Lloyd's Register di Londra, per 12 anni è stato direttore del corso parauniversitario per tecnici dietisti ed attualmente è supervisore tecnico del Diploma Universitario in Dietistica  in Provincia di Bolzano.

 Consulente tecnico del Comune e della Provincia Autonoma di Bolzano,  vice segretario generale dell'Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione clinica (ADI) dal 1992 al 2002.

Dal 2002 al giugno 2006 è stato segretario generale della Federazione delle Società Italiane di Nutrizione (FeSIN).

E' stato membro della Task-force obesità Italia e della Commissione del Ministero della Sanità per la pianificazione ed il Coordinamento degli Interventi in Ambito Nutrizionale.

Dal 2005 al 2008 e’ stato presidente del Consiglio Provinciale di Sanita’ della Prov. Aut. di Bolzano.

Ha pubblicato a tutt'oggi 148 articoli scientifici e 38 tra articoli e monografie a carattere divulgativo.

E’ stato relatore e moderatore in 147 corsi, congressi e convegni a carattere nazionale ed internazionale.

 

 

 

Prof. Lucchin, da sempre Lei si occupa di malnutrizione ospedaliera. In ambito sanitario italiano questa problematica è sentita?

Purtroppo ancora troppo poco, nonostante l’attuale momento storico sia caratterizzato dalla necessità di contenere e razionalizzare la spesa sanitaria. La sottovalutazione dell’importanza del rilevamento dello stato di nutrizione dei ricoverati e delle strategie di basso costo atte a contrastare la malnutrizione, penalizza in modo rilevante gli outcame sia di ordine economico che di qualità totale delle prestazioni sanitarie.

 

Esistono studi, dati e/o direttive che hanno lanciato nel tempo segnali “forti” in questa direzione?

Il primo segnale è del 1974. Su Nutrition Today appare un editoriale dal titolo: “Iatrogenic malnutrition, the skeleton in the hospital closet”. Il dibattito innescato si è caratterizzato più per una certa difesa corporativistica dell’operato dei sanitari, che per una disamina critica della problematica. In Italia, di malnutrizione iatrogena o meno, non si sente più parlare fino agli anni ’80, quando vengono pubblicati alcuni studi di prevalenza della malnutrizione calorico-proteica relativi alla patologia renale ed epatica. Nel 1994 appaiono i primi dati nazionali di ordine generale ottenuti con una ricerca multicentrica che ha coinvolto 10 Unità Operative Nazionali di Dietetica e Nutrizione Clinica. Tale indagine demoninata Studio Homis indicava che all’atto dell’ingresso in ospedale i malnutriti per difetto rappresentavano il 19,1% e quelli per eccesso il 24,8%; coloro che avevano una degenza = 15gg  peggioravano il loro stato di nutrizione nel 63,1 % dei casi. Trascorrono altri 9 anni nella pressoché totale indifferenza, elemento questo che sembra caratterizzare intrinsecamente la malnutrizione ospedaliera. Nel 2003 poi viene contemporaneamente: pubblicata una risoluzione ed un documento del Comitato dei Ministri della Salute del Consiglio d’Europa (che di fatto sembra essere stato congelato) e definito il protocollo  dello studio PIMAI (Project:Iatrogenic MAlnutrition in Italy). Lo studio PIMAI, avendo come oggetto la malnutrizione iatrogena, necessitava preliminarmente del rilevamento della prevalenza della malnutrizione ospedaliera sul territorio nazionale.

 

Quindi possiamo affermare che lo studio PIMAI risulta l’indagine più recente e metodica su questa tematica. Ma può essere considerato rappresentativo della realtà nazionale?
 
Per rispondere al quesito bisogna prendere in considerazione i seguenti parametri: la distribuzione geografica e la distribuzione del campione  per macroaree nazionali e per sesso ed età. Valutando Il primo parametro è soddisfatto dal coinvolgimento di 14 regioni e il secondo dal confronto con i dati ISTAT 2003. Pertanto, sulla rappresentatività nazionale del campione di 1596 ricoverati non dovrebbero sussistere perplessità.

 

Quali sono i principali dati ottenuti?

Dalla disamina dei dati scaturiscono diverse riflessioni:
• il 51,7 % dei pazienti all’atto del ricovero necessiterebbe di un intervento nutrizionale(30,7% per malnutrizione per difetto e 21,0% per eccesso). Ma è noto quanto poco diffuse siano le strutture specialistiche e quanta indifferenza-diffidenza circondi ancora la disciplina della nutrizione clinica;
• la % di coloro che presentano un IMC=18,5 è pressoché sovrapponibile a quella della popolazione non ospedalizzata (3,1%). Ciò indica che la condizione di sottopeso correla fortemente con il ricovero;
• la condizione di sovrappeso ed ancor più di obesità (malnutrizione per eccesso), sembrano associarsi ad una maggiore necessità di ricovero (il 37,6% dei ricoverati risulta in sovrappeso e il 21% obeso).

 

I ricoverati cosa percepiscono?

Che il rilevamento di peso ed altezza non è una pratica routinaria negli ospedali. Nello specifico:
• solo il 18,5 % dei pazienti del campione PIMAI riferisce che gli è stata posta una domanda sulla perdita recente di peso. Lo strano è che la domanda veniva fatta più frequentemente alle persone normopeso (22,1%) ed obese (20,3%). E i malnutriti per difetto ?
• coloro che presentano un BMI=18,5 riferiscono di essere pesati meno rispetto alla media degli altri:27,2 vs 28,1%.
• considerata l’importanza che riveste il peso corporeo ai fini del miglioramento dello stato di salute , fa riflettere che solo dal 9,4% del campione venga riferito di aver ricevuto informazioni circa l’adeguatezza del peso e le modalità per raggiungerla. Anche in questa circostanza non vengono privilegiati coloro che ne avrebbero più bisogno, ma le donne (10,4%) e gli obesi (18,1%).
• i pazienti ricordano che è stata effettuata la misurazione dell’altezza durante il ricovero solo nel 13% dei casi, ma nel 20,2% rammentano che  è stato loro richiesto di riferirla. Nel 63,8 % dei casi non si dispone pertanto di un valore dell’altezza e quindi del BMI.
• la stragrande maggioranza dei degenti ritiene che il vitto ospedaliero fornito risponda alle loro esigenze cliniche e si sforzano d’implementarlo anche a domicilio. La pensa così il 90,9 % di coloro che hanno un BMI=18,5 e il 78,9% degli obesi. La realtà pratica sappiamo essere ben diversa e ne sono consapevoli anche i ricoverati stessi. Infatti, se si chiede se sono convinti che in pratica sia così, coloro che hanno un BMI=18,5 scendono di % al 51,5 e gli obesi al 57,8. Sono dati che meritano una seria riflessione.

 

E della malnutrizione iatrogena cosa ci dice ?

Non si comprende come mai a fronte di una grande produzione scientifica sulla malnutrizione ospedaliera non ne esista una che tenti di sondare la prevalenza di quella forma dovuta alla disattenzione degli operatori sanitari. Con i dati dello studio PIMAI ed effettuando alcune simulazioni di eccessiva cautela (i dati pertanto se errati lo sono per difetto), ne scaturisce una forchetta compresa tra il 15,7 e il 29,2 %. Vi sembra poco?

 

Il management sanitario valuta i costi legati a questa problematica?

In realtà non in maniera adeguata. Se su Pubmed si effettua una ricerca sulle pubblicazioni scientifiche sulla malnutrizione ospedaliera, si vede rispetto a una crescente e corposa messe di lavori sulla malnutrizione, sono davvero pochi quelli che hanno considerato anche i costi della stessa. Questo può spiegare in parte il perché ci sia ancora tanta sottovalutazione della malnutrizione calorico proteica ospedaliera. Invece interventi nutrizionali intrapresi durante la degenza potrebbero portare ad un risparmio sulla spesa sanitaria notevole. Ad esempio applicando i dati PIMAI all’Ospedale di Bolzano se ne ricava che il trattamento della MCP porterebbe ad un risparmio teorico effettivo compreso tra € 1.760.942 e  € 3.705.162. In un solo anno non è una cifra trascurabile!

 

Quindi riepilogando quali sono le conclusioni a cui pervenire?

Alla luce delle indagini svolte e di quanto detto sopra posso concludere che la malnutrizione per difetto e per eccesso è presente in modo consistente nelle corsie ospedaliere; nonostante il breve periodo di degenza media sarebbe opportuno informare e iniziare l’intervento nutrizionale il più precocemente possibile. Le ragioni della disattenzione nei confronti della malnutrizione ospedaliera non sono facilmente identificabili, ma per questo non si deve continuare a sottovalutare la problematica. Gli articoli del codice deontologico 3, 12 e 51 sembrano quasi dimenticati. Inoltre le ricadute negative in termini di qualità della prestazione sanitaria e in termini economici sono rilevanti. Si continua a perseverare nell’errore del risparmio assoluto/relativo o, per dirla come gli inglesi, si continuano a risparmiare i penni e a sperperare le sterline. Infine una nota finale: dallo studio PIMAI risulta che il 13,5% dei ricoverati vive solo, con prevalenza per gli uomini (16,4%) e malnutriti (18,2%) e il 14,5% riferisce difficoltà nel procurarsi o prepararsi il cibo sempre con preponderanza maschile pari al 16,6%. Cosa succederà quando queste persone tornano a casa ?

Pubblicato il:
26-03-2010

keyboard_arrow_up