Intervista al Prof. Pierluigi Pompei

Di Solidea Ruggiero

Laureato in Farmacia presso l'Universita' degli studi di Camerino, il Professor Pompei ha una formazione molto ricca e vasta, di grande esperienza anche all’estero.

TITOLI ACCADEMICI

: Ph.D. in Modellistica Biomedica: Farmacocinetica e Bioingegneria, Facolta' di Medicina e Chirurgia, Universita' di Ancona.

RICONOSCIMENTI

: "Young Investigator Award" attribuito dalla Societa' internazionale degli studi sull'"ingestive behaviour" (SSIB) nel giugno 1992.

BREVETTI INDUSTRIALI

: "Uso degli antagonisti della Sostanza P nel trattamento degli adenocarcinomi dell'apparato uro-genitale, depositato nel 1999, internazionalizzato nel 2001. Dal 1987 al 1991 ha collaborato con il Prof. de Caro ed il Prof. Massi su studi relativi all'

" ingestive behaviour"

con particolare riguardo a ricerche sui meccanismi centrali coinvolti nell'assunzione di acqua, nell'appetito per il sodio e nell'assunzione di alcool. Dal 1991 al 1994 ha lavorato presso il laboratorio di Neuroendocrinologia dell'

Universita' Rockefeller di New York

, USA, Dr. Dal 1993 al 1994 ha tenuto il corso di Human Anatomy and Physiology presso "

Hostos Community College" di New York

, USA, in qualita' di "Adjunct Assistant Professor". Nel corso degli anni si è dedicato ad una fitta attività seminariale, di ricerca, pubblicazione e insegnamento.

– Professor Pompei, oggi Lei è il direttore e l’ideatore del primo corso di laurea in Italia in “Scienze e tecnologie del fitness e prodotti della salute” presso l’Università di Camerino. La volontà è stata quella di creare una figura professionale completamente innovativa. Ce ne può parlare?

Sicuramente una figura nuova e molto più completa: l’idea è quella di formare delle figure professionali che riescano in seguito a fornire un’informazione completa e corretta - a trecentosessanta gradi – anche su quelli che sono i prodotti della salute, il marketing, il management delle imprese di fitness, e le regolamentazioni legislative che regolano il mercato. Una figura quindi molto innovativa e che apporterà finalmente professionalità e competenze, in un settore e mercato che è sempre più grande e in via di sviluppo. Negli anni, soprattutto quelli statunitensi, mi sono occupato di quelle che erano le prerogative degli aspetti lavorativi e scientifici utilizzati, proprio perché gli Stati Uniti sono sempre stati un punto di riferimento nell’ambito. Attraverso studi e deduzioni personali e professionali sul confronto con i nostri sistemi, ho sviluppato quindi l’esigenza di questa figura che è per l’appunto la prima in Italia, ad avere questo tipo di apertura e professionalità. Molto spesso i professionisti non hanno una formazione completa, quindi non sono in grado di fornire garanzie di una preparazione culturale sufficientemente ampia e varia, quale solo una struttura universitaria può assicurare. L’Università di Camerino ci ha consentito di creare un corso nuovo sulla base di una esperienza molto positiva, quella del master che io dirigo ormai da quasi 4 anni in “Scienze dello sport e del fitness”, sugli aspetti fisiologici, nutrizionali e farmacologici. I laureati in questo corso, oltre ad acquisire competenze e conoscenze professionali di natura multidisciplinare (non solo anatomia, chimica, farmacologia e tossicologia, ma dovranno avere anche una formazione su aspetti pedagogici, manageriali, giuridici), avranno come valore aggiunto conoscenze di natura economica, giuridica, informatica e linguistica, utili per una corretta gestione di palestre e centri di benessere, riconosciuta di conseguenza anche a livello internazionale.

- Nonostante L’Università di Camerino sia molto piccola, ha una buona comunicazione verso l’esterno ed è pronta ad offrire diversi servizi e a sperimentare e supportare corsi innovativi come il suo.

Sì, un aspetto importante da sottolineare per me, è che l’Università oggi deve essere internazionale, soprattutto per quanto riguarda gli studi in campo scientifico. Questo perché si parte dal presupposto che tutta la ricerca scientifica e i testi sono in inglese. Nonostante l’università di Camerino abbia piccoli numeri d’iscritti e relative possibilità economiche, è in grado di offrire diversi servizi e corsi totalmente in inglese - una delle poche università in Italia - come il corso in Biotecnologia. Abbiamo molti studenti stranieri, indiani, cinesi, che provengono dall’Erasmus. Ultimo ospite ad esempio, è uno specializzando in Fisiologia dello sport dell’Università di Zurigo, con cui abbiamo intrapreso una collaborazione anche con la stessa Università. Altro aspetto positivo, non consueto per le piccole università del centro-sud, è che grazie a questa volontà di avere un attenzione e un respiro internazionale, siamo riusciti a creare un buon collegamento e tanti iscritti anche dalle regione del nord, come la Lombardia o del Veneto. Sicuramente ciò è dovuto all’interesse che in queste regioni già esiste, per il benessere fisico. Basti pensare che solo la zona del Trevigiano ha più di 6000 centri fitness e benessere. In ogni caso, questi risultati sono ottenuti comunque attraverso il forte impatto comunicativo che Camerino sviluppa verso l’esterno, sia attraverso il sito dell’Università stessa, che dalla propria presenza nelle fiere del fitness e del wellness: anche con piccoli numeri, l’università ha cercato di avere un’ apertura sia nazionale che internazionale non indifferente, puntando soprattutto sulla qualità e sulla possibilità di svariati servizi offerti.

- La sua carriera è ricca di molti titoli accademici, brevetti, riconoscimenti, ricerca e pubblicazioni. Senza considerare la sua formazione internazionale. In generale, in base alla sua esperienza, ci può dire quanto la tecnologia è importante nel suo campo?

Ovviamente la tecnologia e l’evolversi è sempre di assoluta importanza. E qui mi riferisco sia per quanto riguarda le nuove strumentazioni utilizzate nel campo del fitness, ad esempio, ma in particolar modo nell’ambito scientifico: la medicina in se per se non ha fatto dei passi tanto grandi quanti ne ha fatti la chirurgia, e soprattutto la medicina diagnostica. Certe diagnosi sono ancora molto invasive. Pensiamo alla diagnosi in gastroenterologia, un clisma opaco, una tac con tracciante radioattivo. L’esaltazione della salute dovrebbe passare anche attraverso la creazione di strumentazioni e apparecchiature innovative. La Biotecnologia e la Bioingegneria devono essere al servizio della salute del cittadino, per una diagnosi ed un responso sempre più profondo e preciso.

- Suo interesse è stato anche quello di seguire gli atleti sia a livello professionale che non.

Sì, negli anni ho seguito diverse nazionali di vari sport: maratoneti, ciclisti, calciatori, atleti di diversa natura, anche ex professionisti, prevalentemente mi sono occupato di “sport di durata” appunto. Ad esempio, la mia equipe fa da consulenza nutrizionale alla Roma calcio ormai da due anni. Tutto quello che facciamo nei nostri ambulatori locali, in sostanza lo facciamo anche alla squadra, studiando così la valutazione funzionale, l’approccio del regime nutrizionale etc... un’esperienza molto interessante e anche divertente.

- Un’ultima domanda professore: lei ha partecipato alla spedizione dell’Istituto geografico polare nelle Isole Svalbard. Esperienza assolutamente importante.

La spedizione alle Svalbard è stata sicuramente affascinante e intensa: i paesaggi sono incredibili, gli iceberg sembrano materia viva e di fronte all’Artico la sensazione è equivalente al “mal d’Africa”. Io ci sono ritornato più di un a volta in seguito. Questa avventura è avvenuta con un gruppo di alpinisti, uno dei quali l’antropologo e direttore Gianluca Frinchillucci, dell’Istituto Polare Artico di Fermo. La prima spedizione in Groenlandia nel 2003 fu una bellissima esperienza, a tratti anche molto dura, che ci ha catapultato in una realtà totalmente al limite. Due erano le attività che ci eravamo prefissati: una di tipo antropologico, e una epidemiologica e scientifica, seguita per l’appunto da me. Gianluca Frinchillucci è una persona che negli anni ha sempre “mappato” e studiato questi popoli, fino a creare “la carta internazionale dei popoli artici” sulla base degli studi di Silvio Zavatti, fondatore di questo famoso Istituto Polare. La ricerca è continuata fino al 2007, con altre due spedizioni, e prevedeva il monitoraggio di queste popolazioni, effettuando sulle stesse, studi antropologici – etnografici - storici e archeologici, così da offrire un quadro completo della presenza umana in quello che viene definito il “regno dei ghiacci”. Tre gli obiettivi principali: effettuare una traversata a piedi, sulle tracce degli europei che a partire dal XVII° Secolo si spinsero in quelle regioni ghiacciate a caccia di foche e di animali da pelliccia (spesso senza fare più ritorno); effettuare esperimenti di valutazione fisiologica e nutrizionale, dalla quale è risultato ad esempio, che sono popolazioni che vanno studiate per l’assenza di malattie cardiovascolari grazie alla loro alimentazione ricca di omega 3; terzo obiettivo, infine, la sensibilizzazione e la conoscenza delle Aree Polari in occasione dell’Anno Polare Internazionale dove tale progetto vi è stato ufficialmente inserito, assumendo così un’importanza di rilievo internazionale, e di cui l’Italia oggi, si può vantare. Vivere in stretto contatto con queste popolazioni, studiarne le abitudini, abitando nelle loro palafitte, resistendo al clima e alle loro condizioni ambientali, per me di certo è stata un’ occasione unica sia a livello umano, che professionale e spero servirà anche per sensibilizzare l’opinione pubblica sul drammatico problema dei cambiamenti climatici che in queste isole norvegesi stanno avvenendo con una velocità doppia rispetto al resto del pianeta, rappresentando così un allarme di quello che potrebbe accadere nel corso dei prossimi anni, più a sud e sull’equilibrio ambientale a livello globale.

Pubblicato il:
17-03-2008

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